Leggendo il Tristram Shandy di Laurence Sterne ci si imbatte, quasi per caso, in una frase che sembra uscita da un'opera di Pirandello:
«Ecco, signore, prendete il mio berretto; anzi prendetevi anche il sonaglio, e aggiungeteci pure le pantofole. Signore, sono a vostra disposizione; ve li regalo di tutto cuore, a patto, però, che mi concediate tutta la vostra attenzione in questo capitolo.»
Per un lettore italiano è difficile non pensare immediatamente al Berretto a sonagli. La somiglianza è troppo vistosa per non suscitare almeno un sospetto: Pirandello conosceva Sterne? E, soprattutto, il sonaglio svolge nei due autori una funzione analoga?
Alla prima domanda non è possibile rispondere con assoluta certezza documentaria. Tuttavia, l'ipotesi è tutt'altro che improbabile. Quando Pirandello si forma culturalmente, Sterne è già un classico europeo, letto e discusso soprattutto negli ambienti tedeschi, francesi e inglesi. Il fatto che le traduzioni italiane integrali siano relativamente tarde non significa che l'opera fosse sconosciuta agli scrittori colti. Al contrario, il nome di Sterne circolava da tempo come quello di un autore eccentrico, anticonvenzionale e modernissimo.
Ma il punto forse più interessante non è stabilire se Pirandello abbia letto quel preciso passo. È osservare che i due autori sembrano appartenere alla stessa famiglia spirituale.
Nel romanzo di Sterne il berretto con i sonagli è il simbolo tradizionale del matto. Lo scrittore se lo mette volontariamente in testa. È come se dicesse al lettore: «Se volete considerarmi uno sciocco, accomodatevi pure; in cambio lasciatemi parlare liberamente». Il buffone ottiene una licenza speciale: può dire ciò che gli altri non osano dire proprio perché nessuno è obbligato a prenderlo sul serio.
Pirandello compie una torsione ancora più inquietante. Nel Berretto a sonagli il problema non è il folle che decide di indossare il cappello del matto, ma la società che lo impone a chi dice la verità. Chi rompe l'equilibrio delle convenzioni viene dichiarato pazzo. Il sonaglio diventa così una forma di censura mascherata da diagnosi.
La differenza è sottile ma decisiva. In Sterne la follia è una scelta strategica; in Pirandello è una condanna sociale. Eppure il risultato è lo stesso: la verità riesce a passare solo attraverso una maschera.
Non è un caso che tanto Sterne quanto Pirandello siano autori profondamente diffidenti verso le narrazioni ufficiali. Entrambi smontano le convenzioni del racconto, diffidano delle identità troppo stabili e osservano con ironia le costruzioni sociali che gli uomini scambiano per realtà.
A ben vedere, il sonaglio non serve a far ridere. Serve ad avvertire il pubblico che sta arrivando qualcuno che non può essere preso completamente sul serio. Ed è proprio questa la condizione che permette alla sua voce di essere ascoltata.
Forse il vero paradosso, comune a Sterne e Pirandello, è che la verità non si presenta mai con l'autorità del professore o del giudice. Preferisce arrivare vestita da buffone. Gli uomini diffidano dei folli, ma spesso finiscono per ricordare ciò che essi hanno detto molto più di quanto ricordino le parole dei saggi.
E così, tra il berretto con sonagli di un narratore inglese del Settecento e quello di un drammaturgo siciliano del Novecento, corre una parentela sotterranea: la convinzione che la follia, vera o presunta, non sia il contrario della verità, ma uno dei suoi travestimenti preferiti.